Pensando

Alessio II: fece la storia passando per la preghiera

di Enzo Bianchi



“La natura umana ha le sue debolezze. Anche la mia anima è a volte visitata dall’angoscia, dall’inquietudine, dai dubbi. Spesso questo accade per eventi esterni, da cui dipendiamo. Ma anche nei momenti difficili la fede resta per me la più grande consolazione, poiché essa apre la via alla comunione con Dio”. Così confidava in un’intervista di alcuni anni fa il patriarca Alessio II, scomparso ieri. Un cristiano, un monaco, un vescovo che ha saputo conservare una profonda dimensione spirituale anche al cuore delle situazioni difficili e delle svolte storiche di grande portata in cui si è venuto a trovare e ad agire.

I legami di fraterna collaborazione che uniscono da più di quindici anni il mio monastero al patriarcato di Mosca mi hanno consentito di accostarmi al cuore di questo pastore che ha saputo custodire il patrimonio spirituale della grande tradizione ortodossa russa e confermare nella fede quanti erano affidati alle sue cure: un ministero di annuncio e di unità svolto in anni di non certo agevole trapasso epocale. Amava vagliare il proprio agire secondo le parole di un grande spirituale del XIX secolo: “Sono lodevoli quei pastori che conducono il gregge non verso se stessi, ma verso Dio”.

Nei messaggi che ogni anno inviava per i nostri convegni ecumenici di spiritualità ortodossa sempre traspariva un desiderio di scrutare la volontà di Dio nell’oggi della storia, un anelito a orientare i cuori e i passi dei fedeli verso l’unico Signore, una ricerca di un’unità non di facciata ma di sostanza. E’ quanto ho potuto sperimentare anche di persona, durante l’incontro che ebbi con lui a Mosca in occasione della restituzione – voluta da papa Giovanni Paolo II – dell’icona della Vergine di Kazan nella cattedrale della Dormizione al Cremlino: uno sguardo penetrante e una parola ferma e mite, una capacità di ascolto e di discernimento che aiutavano l’interlocutore a guardare oltre, al di là delle differenze e delle difficoltà, per ricercare una dimensione altra, più evangelica, in cui le diversità potessero ricomporsi in un’unità non fatta da mani d’uomo, ma suscitata dal Signore della storia. Così Alessio II rispondeva recentemente a papa Benedetto XVI che esortava a “accelerare il cammino verso la piena unità di tutti i discepoli di Cristo” per portare il messaggio gioioso di salvezza a tutti gli uomini: “l’energia che deve animare il dialogo tra ortodossi e cattolici dev’essere il fraterno amore in Cristo”.

Era convinto infatti che “da quanto noi cristiani sapremo degnamente corrispondere alla nostra vocazione ed essere veramente partecipi e portatori della grazia di Dio, dipenderà la qualità spirituale del mondo che ci circonda”. Così, di fronte ai nuovi compiti e alle nuove sfide cui la chiesa andava incontro nella sua ritrovata attività di annuncio del vangelo, non esitava a riaffermare “la necessità del dialogo con la società contemporanea, un dialogo che dovrebbe svolgersi in un linguaggio comprensibile per l’uomo contemporaneo”.

Nessun cedimento alla tentazione di assumere atteggiamenti e strategie secondo lo spirito di questo mondo, ma un profondo radicamento nel “fondamento spirituale eterno di cui ha così bisogno l’uomo contemporaneo”.Ad altri e in altri momenti spetterà tracciare un bilancio del suo operato come vescovo e metropolita prima e come patriarca di Mosca poi; a me, in questo giorno della sua scomparsa, è caro ricordarlo come un uomo di intensa vita interiore, un cristiano convinto della forza della preghiera nel plasmare gli eventi della storia anche nei momenti più ardui perché – sono parole sue – “la preghiera del nostro cuore non rimane mai senza risposta”.

Fonte: La Stampa - 6 dicembre 2008